Le parole per dirlo

In punta di penna

Graziella Lupo Pendinelli, consulente filosofica

La soglia di fuoco

Graziella Lupo Pendinelli, consulente filosofica

La soglia di fuoco è titolo ambizioso per la carica intimidatoria che vi si può scorgere e nel percorrere il libro di Marianna Burlando si dondola costantemente sulla soglia.

La soglia come spazio di accesso ad un luogo che è altro e altrove, la soglia come varco su spazi interminati e imperscrutabili, la soglia come al di là.

La soglia diventa lo spazio dell’equilibrista appeso e sospeso al filo della sopravvivenza.

Il libro di Marianna Burlando può essere attraversato come un romanzo a tema geopolitico, un verosimigliante contatto con le soglie infrante dalla globalizzazione economico-finanziaria.

I luoghi, scenario del romanzo, sono geograficamente distanti; il pianeta terra è toccato e intaccato come nella pratica globalizzante dei mercati: ogni contesto è soglia da valicare per produrre e ricavare denaro.

Difficile individuare il protagonista del romanzo. E se fosse il denaro?!

Il motore immobile è il denaro che diventa “emanazione di potenza nonostante la fisicità contenuta”, il denaro come assoluto strumento di potere in grado di definire e ridefinire le percezioni del corpo e le sue manifestazioni, il denaro come regolatore sociale, detergente dei riferimenti valoriali e delle appartenenze religiose.

Tanti i nomi e i volti coinvolti nel romanzo, diversi, come sembra esplicitare nell’incipit l’Autrice, per età etnia sesso a garanzia di buona riuscita dell’esperimento; l’esperimento “scientifico” orizzonte narrativo, e l’esperimento che è la vita di ciascun protagonista.

Quasi fosse un romanzo che ritaglia e descrive “uomini quanto più possibile “correnti”, nel senso in cui si chiama “corrente” una moneta. Quanto più numerosi saranno tali uomini correnti, tanto più felice sarà un popolo.” F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, Adelphi, Milano 1992

Corre il denaro, intangibile sugli schermi delle borse internazionali, incarnato nei corpi di schiavi postmoderni; corre nella geografia dilatata del mercato sconfinato e libero di varcare la inesistente soglia, l’abbattuto limite. Nessun limite alla sperimentazione di nuove forme di produzione e di lucro a consolazione del “l’avidità umana e delle aberrazioni che, nel nome degli interessi si possono compiere.”

Il denaro caratterizza gli spazi.

Agli spazi asettici, impersonali e controllati, igienizzati e freddi del centro in cui si sperimentano i farmaci su cavie umane si abbinano le borghesi villette residenziali sparse nel circuito attorno; il tutto nella metropoli inglese fiera del predominio occidentale che detiene. Altro è lo spazio della chiatta, spazio galleggiante di precario sostare al mondo fino al “ventre della terra” che ospita miseria ed esseri umani sardinizzati nella India economicamente rampante.

La globalizzazione abbatte le soglie, mischia, avvicina e riduce gli spazi, affretta il tempo e scioglie i legami nella società liquida, come in un acido diffusamente usato dalle frange mafiose tutte italiane.

Il tempo era reso gradevole dall’organizzazione del Centro, ma bisognava ingannarlo per far sì che scorresse più veloce, quasi ad accorciare l’attesa e consumare il ruolo di cavia umana. Ma anche i tempi della sperimentazione dovevano essere stretti, velocizzati per eludere controlli, disarticolare i rischi e prontamente incassare il denaro.

Eppure la soglia superata nasconde l’imprevisto che neanche il trasbordare della ricchezza può occultare. In un tempo violato si mostrano gli effetti della sperimentazione sulle cavie, che fuori dal ruolo sono esseri umani. Joseph, si ripeteva che “il guadagno era buono e gli lasciava anche tanto tempo” ma gli effetti collaterali compaiono. E se gli effetti collaterali fossero la forma irrinunciabile e coatta di consapevolezza a cui ogni essere umano è costretto? L’effetto collaterale quando si è al di là della soglia diciamo “è iniziato all’improvviso”.

Joseph, homo faber fortunae suae, vantava di “conoscere le regole solo per trasgredirle e l’unica disciplina è quella del suo corpo” e con questa fierezza aveva scelto di prestarsi per denaro alla sperimentazione.

La scelta di Joseph non contemplava la conoscenza delle regole e la sfida ostentata di trasgredirle si rivela prontamente nel danno prodotto sul suo corpo.

La globalizzazione si sostanzia attraverso l’informazione, con una ridondante bulimica comunicazione, con il diffuso vociare, con l’invasione e la pervasione pubblicitaria, con la monopolizzazione dell’immaginario. Il potere si concretizza attraverso  una gestione controllata dei processi di comunicazione in tutte le forme dei media e ancor più negli spazi e nei luoghi deputati alla produzione del denaro, senza soglia.

Joseph ha scelto senza sapere.

La comunicazione è manipolata e rimossa.

E se protagonista del romanzo fosse la parola? Violata e corrotta nell’utilizzo ambiguo che camuffa e deturpa il pensiero, l’immaginario, il corpo di ciascuno.

Quale rapporto esiste tra la parola, il suo utilizzo e il corpo?

E se la parola è un’espressione dell’esercizio della razionalità, quale rapporto armonioso è auspicabile nel tempo della globalizzazione a tutela della specie umana?

Chi risponde, nell’epoca della globalizzazione dell’infrazione violenta, con scasso, della soglia di fuoco?

Chi brucia al di là della soglia?

Si scoprono cave in cui vengono ammucchiati cadaveri di poveri espulsi dalla pancia della terra madre come reietti e bruciati sotto il cielo aperto, senza informazione quindi senza essere visti.

Abbiamo già visto esalare fumi densi e puzzolenti nei cieli di Auschwitz-Birkenau. Oggi, in questo momento, si sollevano fumi ed esalazioni dalle chilometriche discariche in Africa, addosso alle quali si arrampicano altri corpi, pronti a bruciare nel fuoco della soglia forzatamente superata.

“Sappiamo che cosa significa…per quanto innocenti si possa essere stati sinora, ora si diventa colpevoli, se non si aprono gli occhi a coloro che non vedono ancora, se non si fanno rintronare le orecchie a coloro che non capiscono  ancora. La colpa non sta nel passato, ma nel presente e nel futuro. Non soltanto gli eventuali assassini sono colpevoli, ma anche noi, gli eventuali morituri.” (Günther Anders, L’uomo è antiquato)

Sulla soglia bruciano corpi.

E se il protagonista del romanzo fosse il corpo?

L’Autrice lascia recitare ad una giovane donna, forse disincantata, una frase mandata a memoria, indossata come un abito che appartiene a mode e culture altre; è Ramona che si rifugia in un retaggio femminista: “Per  le femministe il corpo è della donna…” per esprimere quasi in un rigurgito di cinismo: “Io dico che il corpo appartiene al mercato. Un corpo giovane vale più di uno vecchio, gli organi si affittano, si vendono, si cambiano.” Una visione meccanicista del proprio corpo interrompe il pensiero e induce un cedimento nel maschio uditore che si esprime in un’inusuale fragilità: “Sei lucida, cruda e parli senza emozioni.”

Di chi è il corpo?

Esiste un’autodeterminazione?

Si può decidere e scegliere liberamente la vendita di un organo?

Si può decidere e scegliere liberamente la mercificazione del proprio corpo?

Il corpo è un bene di cui si può disporre o una trappola di cui si paga limite e malattia?

Si può scegliere, in assoluta consapevolezza, di praticare il suicidio? Esiste il suicido razionale?

"Non sempre bisogna cercare di tenere la vita, perché vivere non é un bene, ma é un bene vivere bene. Così il saggio vivrà quanto deve, non quanto può; esaminerà dove gli converrà vivere, con quali persone, in quali condizioni, con quali occupazioni. Egli si preoccupa sempre del tipo di vita che conduce, non della sua durata: se gli si presentano molte avversità che turbano la sua tranquillità, esce dal carcere ... Quel che importa non é morire più presto o più tardi, ma importa morire bene o male, ma morire bene é fuggire il pericolo di vivere male" (Seneca, Epistole a Lucilio, 70 )

Il viaggio proposto attraverso i corpi comincia nei volti di ciascun protagonista, invisibili ma resi concreti dalla voce dei lettori che proclamano il nome di ciascuno.

Tante le donne protagoniste e altrettanti i modi di essere in relazione con il proprio corpo, di abitare il corpo: dalla statica imperturbabilità mista a servilismo ossequioso di Daya, al severo autocontrollo di Oprea, all’emozione negata nel corpo di Coralia invece soggetta alla paura e all’amore.

Si compongono diversi modi di convivenza con il proprio corpo, eppure appare comune la dipendenza dal corpo limite.

La libertà è possibile in uno spazio definito qual è il corpo che si esprime in un tempo predefinito, come lascia intuire l’Autrice, da un Caso, da un’energia cosmica che tutte le soglie include?

Quale rapporto il corpo può avere con la sua stessa fine, con la morte?

“Siamo tutti schiavi del destino: qualcuno é legato con una lunga catena d'oro, altri con una catena corta e di vile metallo. Ma che importanza ha? La medesima prigione rinchiude tutti e sono incatenati anche coloro che tengono incatenati gli altri ... Tutta la vita é una schiavitù. Bisogna quindi abituarsi alla propria condizione, lamentandosi il meno possibile e cogliendo tutti i vantaggi che essa può offrire" (Seneca, De tranquillitate animi)

Così come “Dan ignora quello che tutto il mondo sa”, il fato guida chi è consenziente, trascina chi si oppone?

Graziella Lupo Pendinelli

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