Le parole per dirlo

In punta di penna

Scritture

Perché scrivi?

doris_lessing Doris Lessing (Kermanshah, 22 ottobre 1919): scrivo perché sono un animale scrittore.
heinrich-boell Heinrich Böll (Colonia, 21 dicembre 1917 – Langenbroich, 16 luglio 1985): io amo scrivere, per me è una vera allegria costruire. Ma, innanzitutto, scrivere è più semplicemente il desiderio di creare qualcosa.
antonio_lobo_antunes António Lobo Antunes (Lisbona, 1º settembre 1942): credo ci siano anche dei motivi inconsci che portano una persona a scrivere. Una parte dello scrivere funziona come catarsi, come un fattore equilibrante. Al posto di dire ‘Nel principio c’era il Verbo’, possiamo dire ‘Nel principio c’era la Depressione’, perché, in fondo, la nostra esistenza altro non è se non una forma con la quale cerchiamo di lottare contro la depressione. Vivere, probabilmente, non è molto più di questo.
truman_capote Truman Capote (New Orleans, 30 settembre 1924 – Bel Air, 25 agosto 1984): sono uno scrittore essenzialmente orizzontale. Penso meglio quando sono sdraiato, con una sigaretta tra le labbra e una tazza di caffè a portata di mano. La tazza di caffè può anche essere cambiata con un bicchiere di vodka, non bisogna essere fanatici. Non uso la macchina da scrivere, scrivo a mano, con la matita. Lavoro quattro ore al giorno per quattro mesi all’anno. Sono uno stilista: mi preoccupo di più sul posto di una virgola che sull’elezione del premio Nobel.
alejo_carpentier Alejo Carpentier (Losanna, 26 dicembre 1904 – Parigi, 24 aprile 1980): anche se la mia formazione è più musicale che letteraria, ho deciso di scrivere per rispondere a una necessità che riguardava senz’altro una vocazione più profonda. Mentre ero interessato allo studio del contrappunto e della fuga in modo oggettivo (cosa che accade anche per l’architettura, sono figlio di un architetto), mi sono innamorato della letteratura per altre ragioni… Dalla mia adolescenza, ho sempre avuto la sensazione molto chiara che nell’America Latina il romanzo rispondesse a una ‘necessità’, e che non fosse così fondamentale la sua realizzazione sul piano di una determinata estetica letteraria, quanto piuttosto la sua rispondenza a una certa ‘ossessione’. Il romanzo sudamericano ha tutto un mondo da ‘svelare’. Soprattutto se uno pensa che i nostri primi romanzi hanno poco più di un secolo di esistenza, e che solo molto recentemente gli scrittori sudamericani hanno preso coscienza del significato del loro mestiere.
gabriel_garcia_marquez Gabriel García Márquez (Aracataca, 6 marzo 1927): perché i miei amici mi amino di più.
foto-italo Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985): in un certo modo, penso che sempre scriviamo su qualcosa che non conosciamo, scriviamo per dare al mondo non-scritto un’opportunità di esprimersi attraverso di noi. Ma, a partire dal momento in cui la mia attenzione vaga dall’ordine prestabilito delle linee scritte verso una complessità mutevole che nessuna frase potrà apprendere totalmente, credo di capire che al di là delle parole c’è qualcosa che le parole potrebbero significare.
ernesto_sabato Ernesto Sabato (Rojas, 24 giugno 1911): scrivo per non morire di tristezza in questo paese disgraziato!
federico_garcia_lorca Federico García Lorca (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto 1936): a volte, osservando ciò che accade nel mondo attorno a me, mi domando: perché scrivere? Ma, bisogna lavorare, lavorare, lavorare. Lavorare come forma di protesta. Perché l’impulso normale di una persona sarebbe urlare tutti i giorni nello svegliarsi in un mondo pieno di ingiustizie e di miserie di tutti i tipi: Io protesto! Io protesto! Io protesto!
clarice_lispector Clarice Lispector (Čečel'nyk, 10 dicembre 1920 – Rio de Janeiro, 9 dicembre 1977): durante l’infanzia avevo diverse vocazioni che mi chiamavano ardentemente. Una di queste vocazioni era scrivere. E non perché è stata quella che ho inseguito. Forse perché per le altre vocazioni io avrei bisogno di affrontare un lungo apprendistato, mentre per scrivere l’apprendistato è la vita stessa che vive dentro di noi e attorno a noi. Il fatto è che io non so studiare. E per scrivere l’unico studio vero è il proprio scrivere. Da quando avevo sette anni mi sono addestrata per avere un giorno la lingua in mio potere. E, nonostante ciò, ogni volta che vado a scrivere, è come se fosse la prima volta. Ogni libro è un esordio sofferto e felice. Questa capacità di rinnovarmi completamente via via che il tempo passa è ciò che chiamo vivere e scrivere.
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Joyce Carol Oates (Lockport, 16 giugno 1938): io non ho risposto a causa della difficoltà della domanda e dell’immensità della risposta. Perché? Non è una questione che l’artista si pone quando sta totalmente immerso nel suo lavoro. La teoria è territorio di quelli che non agiscono. Quindi, la ragione può essere, in parte, modificare, anche in modo infimo, la coscienza della nostra epoca; comunicare (come soltanto uno scrittore può fare) intimamente agli individui; onorare lo splendido fenomeno che è il linguaggio; nel gioco; nella guerra; perché è un modo intimo di stabilire un dialogo con il nostro vero essere, quello più segreto e sconosciuto.
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Paul Auster (Newark, 3 febbraio 1947): mi faccio spesso questa domanda. Non ho una buona risposta. Credo che la ragione per cui scrivo sia: devo scrivere. È così semplice. Non è esattamente un’attività facile, non dà… ahimè… molti piaceri. Scrivere è l’arte della solitudine, è un modo di essere in armonia, o almeno in pace con l’angolo più ombroso dell’essere. Paul Celan, un ebreo nato in Romania, scriveva in tedesco anche se viveva in Francia, dove è morto suicida annegandosi nella Senna. Lui scriveva incessantemente. Come ho scritto nel mio saggio “La poesia dell’esilio” il dolore e la rabbia di Celan hanno fatto diventare furiosa la sua poesia, che era una poesia ispirata dall’amarezza. Ossia, tu devi lavorare davvero duramente quando scrivi, perché è un’attività che risucchia tutte le tue energie. E, nonostante ciò, io mi sento più vivo e più umano quando sto scrivendo”.
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Jorge Amado (Itabuna, 10 agosto 1912 – Salvador de Bahia, 6 agosto 2001): non so fare altro. Questa è la verità, non so fare altra cosa. C’è un numero di cose che tutta la gente sa fare e io non so. Allora, primo, scrivo, perché, nel bene o nel male, è l’unica cosa che so fare; secondo, perché è un mestiere che, essendo duro, difficile, a volte anche drammatico, ci dà anche molta allegria, una certa soddisfazione di aver compiuto qualcosa. Quando qualcuno – e questo accade piuttosto spesso – mi scrive o viene da me e dice ‘io ho letto il tuo libro e questo è stato importante per me, ha aiutato la mia vita’, quando un giovane brasiliano viene e dice ‘ho letto Capitani della spiaggia e ora posso capire molto meglio il problema dei meninos de rua’, questo mi dà una grande soddisfazione.
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Jean-Paul Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980): scrivo perché non sono felice. Scrivo perché è un modo di lottare contro l’infelicità.
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Samuel Beckett (Dublino, 13 aprile 1906 – Parigi, 22 dicembre 1989): ho scritto tutta la mia opera molto velocemente, tra il 1946 e il 1950. La mia opera in francese mi ha portato al punto che sentivo di dire le stesse cose sempre un’altra volta. Per alcuni scrittori, più scrivono, più facile diventa scrivere, per me è il contrario, è sempre più difficile. Per me il campo delle possibilità si riduce sempre di più.
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Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986): non potrei smettere di scrivere. Ho sempre saputo che il mio destino era un destino letterario, di lettore e, imprudentemente, anche di scrittore. Scrivo per rispondere a una domanda, un bisogno interno. Se io fossi stato Robinson Crusoe, nella sua isola, o Edmond Dantés, il Conte di Montecristo, io non avrei scritto. Fino all’età di 30 anni, ho letto quello che scrivevano su di me. Poi ho smesso. Quando pubblico un libro, i miei amici sanno che non devono parlare su quello che ho scritto. Così, pubblico un libro e non so nulla della critica, buona o cattiva, giusta o ingiusta che sia. Nemmeno delle vendite. Questo può interessare i librai e gli editori, non lo scrittore. Non scrivo per pochi e nemmeno per la grande maggioranza. Io faccio quello di cui sento la necessità. Non cerco i personaggi. Aspetto che i personaggi vengano a me… e posso anche cacciarli via. E, se loro insistono davvero, allora io scrivo loro per poter passare ad altre cose.
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Peter Handke (Griffen, 6 dicembre 1942): questo uno non lo può decidere. Noi ci proviamo perché non sopporteremmo un altro tipo di vita, forse perché in un’altra vita saremmo troppo vincitori o troppo sconfitti. Così abbiamo scelto questo terzo percorso, senza speranza. Non scegliamo, siamo scelti, non so da chi. Comunque, è successo quando ero studente di Giurisprudenza a Graz, in Austria. Non vedevo alcun senso nello studio, avevo avversione per il mestiere che mi aspettava, essere un avvocato. Allora ho pensato: sarà ora o mai più. Ho provato a scrivere un libro. Prima già scrivevo, anche se occasionalmente. E poi le cose prenderanno il suo corso.
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Octavio Paz (Città del Messico, 31 marzo 1914 – 20 aprile 1998): i poeti dicono la verità quando affermano che, iniziando a scrivere una poesia, non sanno cosa finiranno per dire. Scriviamo per dire il non detto, e per conoscerlo.

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